giovedì 14 luglio 2011

IO COMPRO QUINDI SONO...

"Il dio spot che tortura dolcemente" è questo il titolo originale dell'articolo che vi riporto oggi in questo blog. Si tratta di una riflessione maturata  dal filosofo Flores Tovo in merito al tema della "pubblicità". Ho deciso di riportarlo nonostante sia evidentemente schierato contro la pubblicità poiche offre comunque un punto di vista filosofico, diverso e lontano dalla nostra mente marketing oriented. L'unica cosa che mi sento di commentare per quanto sia filosofia spiccia, molto spiccia è la seguente: le cose più belle della vita sono gratis (una giornata di sole, il sorriso di un bambino, il bacio della persona amata ecc.) ma vendere è come radersi e se non vendi tutti i giorni diventi un barbone.
Michele

 Una volta si diceva ai bambini: “… e dopo Carosello tutti a nanna”. E, infatti, poco prima delle nove di sera tutti i bimbi erano già a letto. La pubblicità nella nostra televisione, che allora era solo la Rai, si riduceva a pochi minuti al giorno, concentrati per lo più nel periodo del dopo cena. L’avvento delle tivù pubblicitarie in tutte le parti del mondo ha provocato una espansione enorme degli spot, tant’è che oggi si vede quasi più pubblicità che programmi. Essa è diventata un rito, anzi il rito, della nostra società consumistica che di fatto ha sostituito le religioni o le ideologie come il loro surrogato consolatorio. L’uomo ridotto a consumatore. Su questo fenomeno sociale contemporaneo ormai sono stati scritti ormai tantissimi libri, che vanno dall’ormai classico “I persuasori occulti” di V. Packard, ed. Saggiatore, a quelli illuminanti di J. Baudrillard, per finire a quello ultimo, davvero notevole, di L. Bassat e G. Livraghi “Il nuovo libro della pubblicità” ed. Il sole 24 ore. E’ stato calcolato che ogni giorno, consciamente o inconsciamente, siamo il bersaglio di circa 3000 spot suddivisi fra televisione, radio, internet e cartelloni. Una tortura dolce e rassicurante che ci accompagna per tutta la nostra esistenza. Ma come è potuto accadere tutto questo? La risposta, più che filosofica, è di natura socio-politica. Il potere della classe dominante, che è quello della borghesia imprenditrice, ovvero dei mercanti, si estende su tutta la società in modo tale da poter permeare la psiche degli individui in ogni momento del giorno, magari pure in quelli più intimi. Per far ciò non si guarda ai mezzi o all’etica: la figura femminile è poi quella che viene più deturpata, in quanto strumento di seduzione usato per vendere, perfino nelle ore di massimo ascolto, lassativi, pannolini o altri prodotti che la sfigurano nella sua spiritualità. La donna-merce strumento di esibizione del proprio potere. L’imperativo categorico di Kant, che si basava essenzialmente sul rispetto degli altri e sulla dignità, che scaturiva dal fatto che l’uomo era un essere razionale, è stato sostituito da un altro imperativo più persuasivo, ma anche più subdolo: vendere. Io vendo e quindi sono, tu compri e quindi sei, e perciò vendere e comprare sono ciò che siamo. Questo è il nuovo sillogismo imperante.
L’obiettivo è quello di ridurre l’umanità simile a quella descritta mirabilmente da Nietzsche, che la paragonava a quel pigro gregge  che essa vorrebbe essere (ma che non può), il quale: “… non sa che cosa è ieri, che cosa è oggi, bruca qua e là il suo cibo, riposa, rumina, si muove di nuovo, e così dal mattino fino a sera e di giorno in giorno, semplice nelle sue voglie mutevoli legato all’attimo presente, insensibile alla tristezza e alla noia…”. Una umanità ottusa, brulicante, abbagliata e soprattutto non-pensante: questo è il sogno che la peggior tirannide ha sempre propiziato e che oggi non si serve più degli strumenti repressivi, quali la polizia o l’esercito (tranne in casi eccezionali), ma appunto della pubblicità. Denaro, amore, passione, scriveva Jack London. Il ricco, però, che vive solo al di dentro della dimensione materiale, alla fine diventa un disperato, un uomo miserabile, poiché il denaro non compra il vero amore, né la vera amicizia, né la cultura, né tantomeno l’eternità. Col denaro si comprano cose, e solo poche di queste, quali il cibo e la casa, la salute sono essenziali. Il resto è superfluità e parvenza illusoria, cioè inganno. 
La pubblicità, quando non è informazione sul prodotto, è, appunto, per lo più inganno. Perciò la prima forma di ribellione al potere dei mercanti è quella di non comprare più la loro merce pubblicizzata. E’ il primo passo per cacciarli dal tempio. Rendere i ricchi più poveri è un dono che si fa loro.
Basta poco. Basta farsi un piccolo orto anche in terrazza, allevare animali domestici, comprare prodotti dai contadini prima che questi ultimi mohicani spariscano, farsi il mangiare in casa. Abituarsi ad una lentezza calcolata. 
Così ci si ritrova con se stessi, prima che il regno della quantità smodata imploda. 
Flores Tovo
f.tovo@libero.it

Fonte: Rovigoggi.it

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